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Le tre parole chiave del futuro: digital, industry 4.0, IoT

Il secolo scorso è stato caratterizzato dalla apparente riduzione dell’importanza della manifattura nelle economie sviluppate. La combinazione di globalizzazione, digitalizzazione e logiche della finanza globale–in particolare il cosiddetto shareholder capitalism (Davis, Cobb, 2010)–hanno alimentato una retorica dell’economia della conoscenza secondo cui le economie sviluppate si sarebbero attestate sulle dimensioni più intangibili della creazione del valore (design, creatività, marketing, ricerca e sviluppo) mentre le economie in via di sviluppo avrebbero fornito alle prime capacità produttiva a basso costo. La crisi del 2008 e la maturazione di molteplici traiettorie economiche e tecnologiche (Wyplosz, 2010) hanno imposto un ripensamento. Le agende politiche americana ed europea negli ultimi cinque anni hanno riportato la propria attenzione al settore manifatturiero per diversi ordini di fattori: innanzitutto poiché manifattura e innovazione sono molto più difficili da separare di quanto si pensasse (Bonvillian, 2012; Buciuni, Finotto. 2016); in seconda battuta perché la manifattura ha rilevanti impatti occupazionali sia diretti che indiretti, alimentando un settore di servizi avanzati che in sua assenza avrebbe poche o nulle opportunità di sviluppo.

La manifattura di cui si è parlato nei circuiti del policy-making internazionale è, tra le altre cose, radicalmente diversa rispetto a quella del passato. La crescita economica che ha interessato quota parte dell’economia mondiale, soprattutto nei Paesi Emergenti, ha determinato il consolidamento di una classe media e medio-alta sempre più sofisticata e attenta nelle scelte di consumo che la caratterizzano. Nell’economia globale negli ultimi anni si è assistito alla riscoperta della produzione e del lavoro artigiani (Micelli, 2011): un consumo sempre più sofisticato e “acculturato” ha sistematicamente evitato i mercati delle commodity e delle produzioni di massa per abbracciare modelli di acquisto caratterizzati dall’attenzione all’unicità e alla personalizzazione, dalla qualità dei materiali e dei processi, dal contenuto culturale di prodotti e servizi (Calcagno, Cavriani, 2015). Un secondo set di forze che ha cambiato i connotati alla manifattura così centrale nel dibattito più recente è quello delle tecnologie del digitale applicate alla produzione. Tre parole hanno caratterizzato il dibattito più recente sull’evoluzione della manifattura: digital manufacturing, industry 4.0, internet of things. Motivi di spazio e focus del report non consentono di affrontare un’analisi approfondita dell’evoluzione di tutte e tre, tuttavia è utile ricostruire sinteticamente per il lettore i loro connotati basilari.

Digital Manufacturing

Grandi società di consulenza e ricerca come Deloitte e McKinsey non hanno avuto particolari remore nel parlare di un cambiamento di paradigma nella manifattura causato da nuove tecnologie come le stampanti 3d, la manifattura additiva e dalla loro diffusione spinta dalla compressione dei loro costi. Magazine come l’Economist e Wired, analogamente, hanno apertamente parlato di una “terza rivoluzione industriale” in cui l’accessibilità di strumenti di fabbricazione evoluti a costi ridotti e la loro connessione alle reti digitali porteranno a una democratizzazione della produzione. Chris Anderson (2010, 2012) prefigura un’economia in cui le tecnologie della produzione–ad esempio le stampanti 3d connesse a reti telematiche e librerie digitali–consentiranno a micro- factory e privati cittadini di elaborare progetti e sviluppare prodotti in modo democratico, nello stesso modo in cui le tecnologie del web hanno democratizzato la creazione e la distribuzione dei contenuti nell’ultimo quindicennio.

La combinazione tra tecnologie della progettazione digitale (es. Cad) e strumenti di prototipazione rapida ed economica come le stampanti 3D promettono di rinvigorire la capacità di imprese e dei circuiti di makers–variamente definiti–di creare innovazioni di prodotto e generare varietà a costi accessibili, come contraltare alla produzione di massa.

Non mancano le voci critiche che richiamano all’ordine gli entusiasti sostenitori di una manifattura dispersa e democratica (ad esempio, Free, 2013). Il movimento dei makers e gli spazi che popola (i fablab, fabrication laboratories) hanno contribuito non poco a ricreare una fascinazione analoga a quella per gli hacker del digitale e hanno contribuito a costruire narrative avvincenti su una rivoluzione industriale i cui contorni sono ancora poco chiari. Ciò che più importa è che le tecnologie della manifattura additiva e la cultura dei maker hanno avuto l’indubbio merito di riportare al centro la riflessione sulla produzione, di prefigurare le potenziali ibridazioni tra digitale e fisico e di risvegliare l’attenzione delle imprese su modelli di business innovativi.

Industry 4.0

Privo dall’allure “ribelle” dei makers, il concetto di Industria 4.0 ha guadagnato sempre maggiore centralità nel dibattito internazionale sull’evoluzione della manifattura e dei modelli di business dei “produttori”. L’industria 4.0 è formalmente definita come la «fase più matura della digitalizzazione del settore manifatturiero guidata da quattro traiettorie innovative dirompenti: (i) la crescita drammatica nei volumi di dati disponibili, nella potenza di calcolo e nella connettività; (ii) la diffusione di strumenti e sistemi sempre più sofisticati di business intelligence e analytics; (iii) nuove forme di interazione uomo-macchina (ad esempio interfacce tattili, sensoristica, sistemi di realtà aumentata); (iv) sistemi sempre più affidabili per il trasferimento di istruzioni digitali alla fabbricazione (automazione, intelligenza artificiale, stampanti 3d e manifattura additiva)» (Baur, Wee, 2015).

Questo bundle di tecnologie applicate alla manifattura offre dei vantaggi sia a livello operativo che strategico. Sul primo versante è chiaro l’incremento di efficienza in termini di utilizzo degli asset fisici, dell’energia e la generale possibilità di ottimizzare le operations. Sul secondo versante, le tecnologie dell’industria 4.0 abilitano nuovi modelli di business per le imprese manifatturiere, come la creazione di piattaforme ed ecosistemi di produzione decentrata, modelli di business pay-by-use e subscription, monetizzazione di dati e altri ancora.

Internet of things

L’ultima parola chiave del recente dibattito sull’evoluzione della manifattura è internet delle cose. L’etichetta, piuttosto semplice, è utilizzata per indicare un insieme piuttosto complesso di tecnologie, applicazioni e ambiti di utilizzo. Una definizione utile ai fini di questo rapporto può far riferimento al fatto che sensori, chip e connettività possono rendere “intelligente” qualsiasi device, dai computer alle macchine per il caffè alle lampade e così via. Secondo Gartner, nel 2020 ci saranno nel mondo oltre 26 miliardi di device connessi alla rete e tra di loro. Gli impatti dell’Iot sono ancora in gran parte da esplorare: si va dall’inserimento di intelligenza nei comuni oggetti d’uso quotidiano allo sviluppo di complesse piattaforme tecnologiche di supporto a grandi reti di trasporto o alla cosiddetta smart city.